Milano che produce
Milano che vota il centro-destra
Milano che si sveglia ogni mattina senza cultura, nel disagio tipico di chi è al centro del mondo ma non riesce a sostenerlo.
Milano che tenta di trovare degli spazi alternativi di rappresentanza e viene soffocata.
Milano come segno dei tempi e degli spazi reali di vita quotidiana.
Thursday, May 25, 2006
aggessione razzista a milano
Ieri il noto intellettuale e scrittore Pap Khouma è stato aggredito da due dipendenti in divisa dell'Azienda Tramviaria Milanese (ATM). Ricostruire lo svolgimento dei fatti è utile perchè ancora una volta ci dimostra a quanta arbitrarietà e illegittimità i cittadini sono costretti.
Il controllo è stato effettuato quando lo scrittore era già sceso dal tram da diversi minuti e di conseguenza non rientrava nei compiti dei controllori di ATM, che invece, al grido di "sei a casa nostra e devi seguire le nostre regole" hanno deciso di effettuarlo comunque a calci e pugni.
Desideriamo esprimere a Pap Khouma la nostra piena e totale solidarietà e denunciare con forza l'inammissibilità di questo tipo di comportamenti: è davvero questa la società in cui volgiamo vivere??
La violenza e il razzismo che sottostanno in maniera evidente a questo tipo di comportamenti e, in maniera meno evidente ma non meno grave, a tutta una serie di episodi a cui i cittadini immigrati sono quotidianamente sottoposti, fotografano una societa' debole, spaventata e ottusa che di fronte alle sue incertezze sociali e culturali si sente legittimata a reagire liberamente con le aggressioni e gli insulti.
Pap Khouma è cittadino italiano, ma il colore della sua pelle è nero, e questo è motivo sufficiente per scatenare un'aggressività incontrollata da parte di chi le famose "regole" dovrebbe fare rispettare.
No, non è questa la socità in cui volgiamo vivere!
Sempre ieri, nel Rapporto di Amnesty 2006, l'Italia ne è uscita ancora una volta sconfitta, con un livello di rispetto dei diritti umani giudicato troppo basso per un paese che si definisce civile e democratico.
Il rispetto dei diritti umani non è un concetto astratto e non può essere accompagnato da deboli giustificazioni: o siamo pronti, oggi, adesso! a impegnarci perchè sia pienamente realizzato oppure dimentichiamo Pap Khouma e tutti gli episodi di razzismo e discriminazione che avvengono nei posti di lavoro, nelle strade, negli uffici pubblici, nelle metropolitane.
E speriamo di non trovarci mai di fronte un controllore aggressivo, o, in un futuro non troppo lontano, di non essere per qualche motivo "diversi" dall'ambiente circostrante: di non avere i capelli troppo ricci o un cappellino stravagante, un simbolo religioso non conforme o un accento troppo strano perchè potremmo venire aggrediti a nostra volta senza che nessuno trovi necessario protestare.
Vogliamo questo...? noi NO.
NAGA, ARCI, TODO CAMBIA, SINCOBAS, Associazione dei Senegalesi di Milano e Provincia (ASMP), Associazione immigrati senegalesi di Yoff e amici in Italia (AYSIA), PRC Milano
«Milano troppo razzista, ritrovi il suo cuore Come è difficile vivere qui con due figli neri»
Lo sfogo di un primario del San Raffaele e della moglie: non c' è integrazione
LA STORIA . IL DISAGIO
L' altro ieri, la signora Tella ha fatto quello che fa ogni mattina. È andata all' edicola, ha comprato il «Corriere». «E quando l' ho aperto alle pagine di Milano, come faccio sempre perché questa è la mia città che amo, mi sono sentita male. Mi è venuto da piangere: quella discussione sul tram, quello scrittore senegalese, Pap Khouma, fermato per il controllo del biglietto, e i 4 controllori dell' Atm - 4, non uno, ha capito? - i pugni, quei passanti che non intervengono, quell' uomo all' ospedale. Pap, ho pensato, avrebbe potuto essere Matteo. Mio figlio. Matteo, che proprio 15 giorni fa mi ha detto: "Mamma, io torno per un po' in Africa. Io nero, qui a Milano, mi sento a disagio, proprio non riesco a ritrovarmici". L' ha fatto davvero: ora è in Tanzania, prima ancora era in Uganda e anche in Togo, volontario con le organizzazioni internazionali di aiuto. Beh, io pensavo che Matteo, forse, un pochino esagerasse. Non che non gli credessi: ma, dopotutto, qui ha vissuto per 25 anni, quasi da quando è nato. In parte saranno cose della giovinezza, ho pensato. Ma ora, dopo quella notizia di cronaca, comincio a credere che Matteo avesse ragione. E che Milano non abbia più, come si dice, il cuore in mano. Che stia dimenticando che cosa vuol dire solidarietà, accettazione degli altri. O non l' abbia ancora compreso del tutto. Spero di sbagliarmi, ma tutto questo mi fa male, molto male. A Sara, l' altra mia figlia adottata, il giornale non l' ho fatto neppure leggere». Tella Fraschini è milanese e biondissima, come il marito Gianfranco, primario di ortopedia al San Raffaele. Sono nati entrambi nel 1952, e sono sposati dal 1977. Nel 1981 lavoravano in Togo, Africa. E lì adottarono Matteo, che aveva pochi mesi e la pelle scura. Come del resto Sara, adottata nel 1985 a Bogotà, in Colombia. Più o meno negli stessi anni, i Fraschini hanno avuto anche altri due figli, Luca e Maddalena. Insomma: due figli biondissimi e due figli dai ricci neri, quello che oggi si chiama una perfetta famiglia multietnica. Con tutti i problemi, e le gioie, che questo può comportare: «Tutto affrontato, sempre insieme. Ma l' altro giorno, ecco, leggere quelle cose è stato davvero duro». Matteo è un tipo riservato, spiegano i genitori. Ma qualcosa, in questi anni, ha raccontato: le tantissime volte che i vigili lo fermavano, chiedendogli la patente («Sarà un caso, ma a me - dice ora la mamma - non è mai capitato in trent' anni») e quella volta che, mentre guidava l' auto del padre, gli chiesero a muso duro: «Dove l' hai rubata?». O quando, spessissimo, qualcuno si stupiva: «Ohé, ma come parli bene l' i taliano!». O quel datore di lavoro che gli rifiutò con mille scuse un posto, ma solo quando lo vide in faccia. E lo offrì invece all' amico, bianco, che lo accompagnava. Un giorno, papà e figli andarono insieme a San Siro, alla partita. Davanti a loro, in gradinata, un gruppo di ultrà urlava contro un calciatore nero: «Scimmia, lavati, torna nella giungla». Poi si voltarono, videro Sara, e perfino loro zittirono. Tutto si supera, certo, Poi, un giorno, u no apre il giornale e sente un nodo alla gola. «Mi ha fatto male - dice Tella Fraschini - leggere dei controllori Atm che avrebbero detto: qui tu non sei a casa tua Come secoli fa, allora, come nelle colonie, come nel Far West? Milano, allora, non è la casa nostra, di tutti, di tutti coloro che si comportano bene e vi sanno convivere? E quelli che hanno assistito a tutto e non hanno detto nulla? Giovani, erano giovani, e questo è ancora peggio. Io ci credo ancora a certe cose, se tornassi indietro rifarei ancora tutto, adotterei i ragazzi. E nella mia città abbiamo trovato tante persone meravigliose. Ma mi chiedo: quanti anni ci vorranno ancora perché Milano accetti i diversi o i più deboli? No, l' altro ieri abbiamo ricevuto tutti un bruttissimo esempio civico». Quando loro adottarono Sara e Matteo, spiega Gianfranco Fraschini, «lo facemmo anche perché, come dire, ci fidavamo della nostra Milano, sapevamo che aveva un cuore. Ma ora?». Non bisogna drammatizzare, aggiunge il medico: «Uno può essere stressato dal lavoro, anche a me potrebbe capitare di rimbrottare un paziente e poi scoprire che magari stava molto male. Ma se capitasse, poi lo riconoscerei, mi scuserei. E capisco bene come l' Italia stia attraversando tutte le difficoltà dell' integrazione: la storia di altri Paesi ci conferma quanto sia difficile. Capisco anche che, se dobbiamo vergognarci noi milanesi, devono farlo anche i parigini, là dove può bruciare un albergo per immigrati... Ma dico che qui, a Milano, quei signori dell' Atm erano funzionari in servizio, dunque gente con delle responsabilità, da cui tutti si attendono comportamenti saldi e precisi». L' Atm continua legittimamente la sua indagine: «Vedremo le conclusioni, magari quei quattro non hanno fatto niente di male. Ma se invece hanno fatto ciò di cui li si accusa, allora hanno dato un esempio deleterio e pericoloso soprattutto alla fascia più debole della popolazione, a quelli che domani potrebbero sentirsi autorizzati ad agire alla stessa maniera. Io non chiedo, non voglio assolutamente, che quei quattro siano puniti in alcun modo. Voglio però, se hanno sbagliato, che almeno dicano "è vero, mi scuso, non dovevo farlo, ho perso la testa, non è stato giusto trattare così una persona. Così non si tratta nessuno, bianco o nero o giallo". Se lo faranno, anche tutti gli altri capiranno. E forse tutti noi milanesi ci sentiremo meglio. Perché questo è qualcosa che riguarda tutti noi: non solo Pap, o Matteo, o Sara, o i funzionari dell' Atm».Matteo Fraschini, adottato negli anni Ottanta in Togo: «Voglio restare in Africa: a Milano mi sento a disagio»
Milano che vota il centro-destra
Milano che si sveglia ogni mattina senza cultura, nel disagio tipico di chi è al centro del mondo ma non riesce a sostenerlo.
Milano che tenta di trovare degli spazi alternativi di rappresentanza e viene soffocata.
Milano come segno dei tempi e degli spazi reali di vita quotidiana.
Thursday, May 25, 2006
aggessione razzista a milano
Ieri il noto intellettuale e scrittore Pap Khouma è stato aggredito da due dipendenti in divisa dell'Azienda Tramviaria Milanese (ATM). Ricostruire lo svolgimento dei fatti è utile perchè ancora una volta ci dimostra a quanta arbitrarietà e illegittimità i cittadini sono costretti.
Il controllo è stato effettuato quando lo scrittore era già sceso dal tram da diversi minuti e di conseguenza non rientrava nei compiti dei controllori di ATM, che invece, al grido di "sei a casa nostra e devi seguire le nostre regole" hanno deciso di effettuarlo comunque a calci e pugni.
Desideriamo esprimere a Pap Khouma la nostra piena e totale solidarietà e denunciare con forza l'inammissibilità di questo tipo di comportamenti: è davvero questa la società in cui volgiamo vivere??
La violenza e il razzismo che sottostanno in maniera evidente a questo tipo di comportamenti e, in maniera meno evidente ma non meno grave, a tutta una serie di episodi a cui i cittadini immigrati sono quotidianamente sottoposti, fotografano una societa' debole, spaventata e ottusa che di fronte alle sue incertezze sociali e culturali si sente legittimata a reagire liberamente con le aggressioni e gli insulti.
Pap Khouma è cittadino italiano, ma il colore della sua pelle è nero, e questo è motivo sufficiente per scatenare un'aggressività incontrollata da parte di chi le famose "regole" dovrebbe fare rispettare.
No, non è questa la socità in cui volgiamo vivere!
Sempre ieri, nel Rapporto di Amnesty 2006, l'Italia ne è uscita ancora una volta sconfitta, con un livello di rispetto dei diritti umani giudicato troppo basso per un paese che si definisce civile e democratico.
Il rispetto dei diritti umani non è un concetto astratto e non può essere accompagnato da deboli giustificazioni: o siamo pronti, oggi, adesso! a impegnarci perchè sia pienamente realizzato oppure dimentichiamo Pap Khouma e tutti gli episodi di razzismo e discriminazione che avvengono nei posti di lavoro, nelle strade, negli uffici pubblici, nelle metropolitane.
E speriamo di non trovarci mai di fronte un controllore aggressivo, o, in un futuro non troppo lontano, di non essere per qualche motivo "diversi" dall'ambiente circostrante: di non avere i capelli troppo ricci o un cappellino stravagante, un simbolo religioso non conforme o un accento troppo strano perchè potremmo venire aggrediti a nostra volta senza che nessuno trovi necessario protestare.
Vogliamo questo...? noi NO.
NAGA, ARCI, TODO CAMBIA, SINCOBAS, Associazione dei Senegalesi di Milano e Provincia (ASMP), Associazione immigrati senegalesi di Yoff e amici in Italia (AYSIA), PRC Milano
«Milano troppo razzista, ritrovi il suo cuore Come è difficile vivere qui con due figli neri»
Lo sfogo di un primario del San Raffaele e della moglie: non c' è integrazione
LA STORIA . IL DISAGIO
L' altro ieri, la signora Tella ha fatto quello che fa ogni mattina. È andata all' edicola, ha comprato il «Corriere». «E quando l' ho aperto alle pagine di Milano, come faccio sempre perché questa è la mia città che amo, mi sono sentita male. Mi è venuto da piangere: quella discussione sul tram, quello scrittore senegalese, Pap Khouma, fermato per il controllo del biglietto, e i 4 controllori dell' Atm - 4, non uno, ha capito? - i pugni, quei passanti che non intervengono, quell' uomo all' ospedale. Pap, ho pensato, avrebbe potuto essere Matteo. Mio figlio. Matteo, che proprio 15 giorni fa mi ha detto: "Mamma, io torno per un po' in Africa. Io nero, qui a Milano, mi sento a disagio, proprio non riesco a ritrovarmici". L' ha fatto davvero: ora è in Tanzania, prima ancora era in Uganda e anche in Togo, volontario con le organizzazioni internazionali di aiuto. Beh, io pensavo che Matteo, forse, un pochino esagerasse. Non che non gli credessi: ma, dopotutto, qui ha vissuto per 25 anni, quasi da quando è nato. In parte saranno cose della giovinezza, ho pensato. Ma ora, dopo quella notizia di cronaca, comincio a credere che Matteo avesse ragione. E che Milano non abbia più, come si dice, il cuore in mano. Che stia dimenticando che cosa vuol dire solidarietà, accettazione degli altri. O non l' abbia ancora compreso del tutto. Spero di sbagliarmi, ma tutto questo mi fa male, molto male. A Sara, l' altra mia figlia adottata, il giornale non l' ho fatto neppure leggere». Tella Fraschini è milanese e biondissima, come il marito Gianfranco, primario di ortopedia al San Raffaele. Sono nati entrambi nel 1952, e sono sposati dal 1977. Nel 1981 lavoravano in Togo, Africa. E lì adottarono Matteo, che aveva pochi mesi e la pelle scura. Come del resto Sara, adottata nel 1985 a Bogotà, in Colombia. Più o meno negli stessi anni, i Fraschini hanno avuto anche altri due figli, Luca e Maddalena. Insomma: due figli biondissimi e due figli dai ricci neri, quello che oggi si chiama una perfetta famiglia multietnica. Con tutti i problemi, e le gioie, che questo può comportare: «Tutto affrontato, sempre insieme. Ma l' altro giorno, ecco, leggere quelle cose è stato davvero duro». Matteo è un tipo riservato, spiegano i genitori. Ma qualcosa, in questi anni, ha raccontato: le tantissime volte che i vigili lo fermavano, chiedendogli la patente («Sarà un caso, ma a me - dice ora la mamma - non è mai capitato in trent' anni») e quella volta che, mentre guidava l' auto del padre, gli chiesero a muso duro: «Dove l' hai rubata?». O quando, spessissimo, qualcuno si stupiva: «Ohé, ma come parli bene l' i taliano!». O quel datore di lavoro che gli rifiutò con mille scuse un posto, ma solo quando lo vide in faccia. E lo offrì invece all' amico, bianco, che lo accompagnava. Un giorno, papà e figli andarono insieme a San Siro, alla partita. Davanti a loro, in gradinata, un gruppo di ultrà urlava contro un calciatore nero: «Scimmia, lavati, torna nella giungla». Poi si voltarono, videro Sara, e perfino loro zittirono. Tutto si supera, certo, Poi, un giorno, u no apre il giornale e sente un nodo alla gola. «Mi ha fatto male - dice Tella Fraschini - leggere dei controllori Atm che avrebbero detto: qui tu non sei a casa tua Come secoli fa, allora, come nelle colonie, come nel Far West? Milano, allora, non è la casa nostra, di tutti, di tutti coloro che si comportano bene e vi sanno convivere? E quelli che hanno assistito a tutto e non hanno detto nulla? Giovani, erano giovani, e questo è ancora peggio. Io ci credo ancora a certe cose, se tornassi indietro rifarei ancora tutto, adotterei i ragazzi. E nella mia città abbiamo trovato tante persone meravigliose. Ma mi chiedo: quanti anni ci vorranno ancora perché Milano accetti i diversi o i più deboli? No, l' altro ieri abbiamo ricevuto tutti un bruttissimo esempio civico». Quando loro adottarono Sara e Matteo, spiega Gianfranco Fraschini, «lo facemmo anche perché, come dire, ci fidavamo della nostra Milano, sapevamo che aveva un cuore. Ma ora?». Non bisogna drammatizzare, aggiunge il medico: «Uno può essere stressato dal lavoro, anche a me potrebbe capitare di rimbrottare un paziente e poi scoprire che magari stava molto male. Ma se capitasse, poi lo riconoscerei, mi scuserei. E capisco bene come l' Italia stia attraversando tutte le difficoltà dell' integrazione: la storia di altri Paesi ci conferma quanto sia difficile. Capisco anche che, se dobbiamo vergognarci noi milanesi, devono farlo anche i parigini, là dove può bruciare un albergo per immigrati... Ma dico che qui, a Milano, quei signori dell' Atm erano funzionari in servizio, dunque gente con delle responsabilità, da cui tutti si attendono comportamenti saldi e precisi». L' Atm continua legittimamente la sua indagine: «Vedremo le conclusioni, magari quei quattro non hanno fatto niente di male. Ma se invece hanno fatto ciò di cui li si accusa, allora hanno dato un esempio deleterio e pericoloso soprattutto alla fascia più debole della popolazione, a quelli che domani potrebbero sentirsi autorizzati ad agire alla stessa maniera. Io non chiedo, non voglio assolutamente, che quei quattro siano puniti in alcun modo. Voglio però, se hanno sbagliato, che almeno dicano "è vero, mi scuso, non dovevo farlo, ho perso la testa, non è stato giusto trattare così una persona. Così non si tratta nessuno, bianco o nero o giallo". Se lo faranno, anche tutti gli altri capiranno. E forse tutti noi milanesi ci sentiremo meglio. Perché questo è qualcosa che riguarda tutti noi: non solo Pap, o Matteo, o Sara, o i funzionari dell' Atm».Matteo Fraschini, adottato negli anni Ottanta in Togo: «Voglio restare in Africa: a Milano mi sento a disagio»




